Quando il freddo brucia

di André Dorval, OMI
tradotto e adattato da Nino Bucca, OMI 

Prima che la Chiesa proclami ufficialmente la santità di una persona si passa per un processo di norma assai lungo. La prima fase si conclude con la riunione di un gruppo di teologi che danno il loro parere positivo, a cui segue una riunione di cardinali e vescovi della Congregazione dei Santi, al termine della quale il Papa autorizza la lettura del Decreto ufficiale sull’eroicità delle virtù del Servo di Dio. Questi d’ora in poi viene chiamato venerabile. Se si producono in seguito un paio di miracoli per sua intercessione, sarà prima beato e poi santo.
Centottantuno anni fa il piccolo borgo di Saint-Pierre-sur-Orthe (Francia), diede i natali al “venerabile” Oblato Vital Grandin.
Primo vescovo di Saint-Albert (Canada), la sua fu una vita davvero eroica, fatta di miserie e di prove, quasi un’illustrazione delle parole di san Paolo ai Corinzi: “Tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità” (2 Co 11, 25-27).
Ne è un esempio la terribile notte del 15 dicembre 1863. Il vescovo, accompagnato da un ragazzo meticcio, doveva andare a celebrare il Natale a Forte Resolution sull’altro lato del Grande Lago degli Schiavi, a circa 200 km da Forte Providence. In tempi normali, con una buona slitta trainata da cani, occorrevano dai quattro ai cinque giorni. “Un piccolo salto”, disse monsignore quasi a rassicurare il piccolo compagno di soli 14 anni. Eccoli dunque in viaggio con i cani vigorosi e il freddo intenso. I giorni trascorrevano senza incidenti e all’orizzonte si vedeva già la missione. Ancora qualche sforzo e ci sarebbero stati.
All’improvviso, però, il sole si oscurò, si addensarono le nubi e si alzò la tempesta. In un batter d’occhio i poveri viaggiatori si ritrovarono dentro uno spaventoso turbinio di pulviscolo, che fece perder loro ogni possibile orientamento.
“Camminammo ancora per molte ore prima che si facesse completamente notte, scriverà in seguito mons. Grandin, gridando e cercando di cogliere un’eventuale risposta, ma solo la tempesta si faceva sentire. Eravamo sul ghiaccio vivo, perché il vento spazzava la neve non appena si posava. Impossibile servirsene per ripararci. Cercammo allora di proteggerci contro il freddo utilizzando la slitta, i cani e le coperte. Seduto sul ghiaccio col piccolo sulle mie gambe stretto a me, ci preparammo alla morte: il povero ragazzo si confessò e io feci gli atti di contrizione e di sottomissione alla volontà di Dio. Il freddo ormai si stava impadronendo di noi. Ci alzammo allora, tenendo addosso una coperta, e ci mettemmo a camminare, quasi a sfuggire la morte che ci inseguiva. Lo facemmo a lungo, fermandoci solo quando non avevamo troppo freddo. D’un tratto, durante una breve schiarita, mi parve di vedere terra. Ci dirigemmo così verso quel luogo, dove speravamo di poter accendere un fuoco. Poco dopo scorgemmo due slitte. Iniziammo a gridare con tutte le nostre forze. Erano il padre e lo zio del mio compagno, che ci stavano cercando. Eravamo sull’isola dove si trova la missione, solo ad un quarto d’ora di distanza”.
Alla missione mons. Grandin trovò i padri Gascon e Petitot in lacrime, ormai decisi ad offrire la messa per il riposo della sua anima.
L’anno seguente il vescovo dei ghiacci si recò a Roma per riferire a papa Pio IX i successi e le pene delle sue missioni. Il Santo Padre lo ascoltò attentamente, chiedendo i particolari dei pericoli e delle fatiche dei suoi viaggi apostolici, della povertà e della solitudine dei missionari del Gran Nord.

  • “Dove attingete la forza per sopportare tutto questo?”.
  • “In mezzo a noi c’è Colui che ci fortifica. Senza il suo aiuto saremmo perduti e ridotti alla disperazione. Per questo motivo vi prego, Santità, di poter conservare l’Eucaristia senza accendere la lampada”.
  • “Senza la lampada del Santissimo?”.
  • “Sì, Santo Padre, siamo troppo poveri e l’olio è troppo caro nelle missioni polari. Non possiamo tenere costantemente una lampada accesa davanti al tabernacolo di ogni missione”.
  • “Ma posso concedere questo permesso solo in caso di persecuzioni”.
  •  “È vero, Santo Padre, non siamo perseguitati, ma abbiamo ugualmente tante sofferenze. Se ci togliete il Signore, che ne sarà di noi?”.

Il Papa vide allora inumidirsi gli occhi del mite vescovo inginocchiato davanti a lui. Profondamente commosso, si chinò, dicendogli paternamente: “Conservate il Salvatore! Sì, conservatelo. Ne avete tanto bisogno nella vostra vita piena di sacrifici e privazioni. Andate in pace e conservate il Santissimo anche senza lampada”.
Dopo un’intervista a mons. Grandin, il famoso giornalista francese Louis Veuillot ebbe a dire ad alcuni Oblati: “Che bel vescovo avete fra i ghiacci polari! È lui che fa capire come il freddo bruci!”.


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