Peccato che avesse pochi capelli

di André Dorval, OMI
Tradotto e adattato da Nino Bucca, OMI

Fra tutti i missionari oblati che hanno evangelizzato i pellerossa del Mackenzie, padre Bruno Roure fu senza dubbio quello che conobbe più di tutti la prova della solitudine. Ci vuole una buona dose di coraggio e molta capacità di sacrifico, infatti, per vivere quattordici anni completamente isolato in mezzo ad una tribù che non è della tua razza, non condivide la tua fede e non ha le stesse abitudini di vita.
Primo missionario a risiedere a Forte Rae, a nord del Grande Lago degli Schiavi, ebbe come unici compagni oblati fratel Louis Boisramé e mons. Isidore Clut. Il primo trascorse con lui i pochi mesi necessari per costruire una casa rudimentale; il secondo lo visitava regolarmente ogni... due anni.
Era nato in Francia a La Charrière il 13 ottobre 1843. Dopo aver terminato gli studi superiori al seminario maggiore di Viviers, partì per il Canada nell’aprile del 1870. Il 1° maggio dello stesso anno fu ordinato sacerdote a Montreal da mons. Clut. Dopo un anno di noviziato a Forte Providence, fece la professione il 19 marzo del 1972. Iniziò, quindi, la sua carriera di missionario, che durò ben 48 anni. Morì a Forte Providence il 3 ottobre del 1920.
A Forte Rae padre Roure ebbe contatti soprattutto con un ramo dei Dené, soprannominati “Bassi fianchi di cane”. In genere gli indiani d’America disprezzavano i cani. Consideravano, tuttavia, le costole di quest’animale come una parte nobile. Una leggenda pagana voleva che la tribù dovesse la propria origine ad alcuni cani straordinari che vivevano nella regione. A tal proposito il famoso giornalista francese Louis Veuillot, dopo aver sentito un giorno mons. Grandin raccontare questa leggenda, ebbe a fare una gustosa riflessione nel giornale L’Univers: “I Bassi fianchi di cane hanno la vanità di discendere da un grande cane, come molti dei nostri scienziati hanno l’umiltà di risalire ad una grande scimmia”.
Al tempo di padre Roure la tribù viveva in una spaventosa mendicità. Il nostro Oblato volle vivere come loro, condividendone povertà e miseria. Soffrì la fame? A questa domanda un giorno rispose così: “Sì, una sera andai a coricarmi senza mangiare perché non c’era nulla. Successe ancora un’altra volta... ma fu per dimenticanza!”.
Evidentemente non gli mancava il senso dell’humour. Provava persino un piacere particolare a ricordare quella volta in cui rischiò di farsi strappare tutti i capelli che gli restavano in testa. Erano trascorsi pochi giorni dalle feste di Pasqua e i nuovi cristiani, dopo le celebrazioni, erano ripartiti con la coscienza in pace. Poco tempo dopo, però, una donna si ripresentò da sola alla missione. Gettandosi in lacrime ai piedi del padre, gli confessò la propria colpa: si era accapigliata con un’altra donna del suo gruppo al fine di correggerla. Preoccupata di farsi capire, continuava ad aggiungere molti dettagli superflui. Spazientito, padre Roure la fermò, invitandola a venire al dunque: “Suvvia, dimmi esattamente cosa hai fatto a questa disgraziata”. “Ecco, rispose la donna, te lo faccio vedere”. A queste parole prese con ambedue le mani tutto quello che poté impugnare dei capelli del missionario, tirandoli con tutte le forze.

  • “Basta, basta! Lasciami! Ora capisco”.
  • “No, ancora non puoi capire, perché l’ho tenuta più a lungo e ho tirato più forte. Voglio che tu sappia tutto”.

Il padre riuscì alla fine a sottrarsi al martirio che la megera gli infliggeva e lei, guardando il ciuffo di capelli rimasto fra le sue dita, così concluse: “Ecco più o meno come sono andate le cose. Se tu avessi avuto più capelli, sarei riuscita a farti capire meglio. Ma va bene lo stesso. Puoi avere ugualmente un’idea del dispiacere che provo, quando penso alla mia cattiva azione. Ora benedicimi e chiedi al buon Dio di perdonarmi”.