Il breviario e l'orso

di André Dorval, OMI
tradotto e adattato da Nino Bucca, OMI

Gli Indiani d’America della Colombia Britannica non avevano dubbi: quell’uomo era un santo! Padre Jean-Marie Lejacqu, infatti, li aveva impressionati più di ogni altro missionario giunto nelle loro terre per annunziare la Buona Novella.
Nato nel Finistère (Bretagna) nel 1837, era entrato fra gli Oblati a Notre-Dame de l’Osier nel 1860. Era stato ordinato sacerdote a Marsiglia nel 1862 e inviato in missione in Canada l’anno successivo. Qui, per più di trent’anni, percorse la provincia della Colombia Britannica in lungo e in largo, trasportando sulla schiena le coperte, l’altare portatile, il cibo e molte altre cose ancora. Oltre al francese e all’inglese, parlava cinque o sei dialetti del posto. Gli fu attribuito il titolo di “Principe dei missionari degli Indiani d’America”. Ne battezzò centinaia. La fede donata metteva radici così profonde che un pastore protestante arrivò a dire non senza stizza: “Sono vaccinati cattolici”.
Nacquero così racconti leggendari. In uno di questi si dice che un giorno si era messo in viaggio con quattro Indiani per raggiungere il lago Ootsa, distante 240 chilometri. Gli Indiani stavano davanti e procedevano con passo veloce. In coda padre Lejacq, assorbito dalla recita del breviario, era un po’ in ritardo. All’improvviso il battistrada vide un enorme orso grizzly che si dirigeva verso di loro. I quattro Sekanis se la filarono in un batter d’occhio, mentre la “tonaca nera”, ignara del pericolo, continuava a camminare. Quando l’orso e il prete si ritrovarono a pochi centimetri l’uno dall’altro, il padre in modo del tutto naturale alzò gli occhi e mise il breviario davanti al naso dell’animale. Il plantigrado annusò rumorosamente, girò le spalle al missionario e si mise a camminare davanti a lui, come se volesse tracciargli la strada. Lo lasciò soltanto quando furono vicini al centro abitato. Nel frattempo, gli Indiani osservavano con curiosità la scena, mantenendosi prudentemente a distanza. Giunti all’accampamento, si precipitarono a raccontare con dovizia di particolari l’incredibile avventura.
Un’altra volta vennero a cercare il missionario, nel bel mezzo di una notte fredda, perché andasse a battezzare una donna a Soda Creek. La povera non aveva potuto ricevere il battesimo prima, dato che conviveva con un bianco. Il padre montò a cavallo e si avviò, nonostante che il termometro fosse sceso a 30 gradi sotto zero. A metà percorso fece una sosta in un accampamento per riscaldarsi un po’: aveva le gambe irrigidite e coperte di geloni. Gli Indiani le tentarono tutte per trattenerlo. Nulla da fare! Il missionario voleva assolutamente recarsi al capezzale dell’ammalata quella stessa notte. Quando arrivò, però, alcuni uomini gli vennero incontro per dirgli che era troppo tardi, perché la donna era morta. In effetti, il padre la trovò incosciente, in stato di morte apparente. Le gridò allora: “Agatha, amota. Agatha, alzati”. L’anziana aprì gli occhi e si mise a sedere sul suo giaciglio. L’Oblato la battezzò e iniziò a recitare alcune preghiere, ma improvvisamente la donna cadde di nuovo sulla sua schiena: era morta.
Col suo spirito di servizio il missionario conquistò molti cuori. Dicevano che un sorriso era il suo saluto ordinario: “Prima ancora che padre Lejacq dica buongiorno, ci mostra tutti i suoi denti”.
Ricoverato all’ospedale di New Westminster per un tumore all’intestino, l’umile e operoso missionario oblato morì il 23 gennaio 1899, rimpianto sia dagli Indiani sia dai Bianchi di tutta la provincia.

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