La prigioniera riscattata

di André DORVAL omi
Tradotto e adattato da Nino BUCCA omi

Una sera padre Albert Lacombe, soprannominato dagli indiani dell’Ovest l’uomo dal cuore buono, stava chiacchierando e fumando il calumet della pace con i Cri, nei pressi del lago Sainte-Anne in Alberta (Canada). All’improvviso si sentirono lontano grida di vittoria. Poco dopo irruppe nell’accampamento un gruppo di giovani guerrieri, che iniziarono a danzare in cerchio attorno ad una ragazza, maltrattandola in modo brutale.
La donna, il cui marito era stato scorticato vivo davanti ai suoi occhi, apparteneva alla tribù dei Piedi Neri. Alla vista del sacerdote, la povera prigioniera riuscì a svincolarsi dalle mani dei carnefici, si gettò ai suoi piedi e gridò con le forze che le rimanevano: “Kimotit minna!”, “Salvami, ti supplico!”.
L’Oblato si avvicinò allora al gruppo: “A chi appartiene questa donna?”


“A me” – rispose un giovane guerriero Cri, facendosi avanti e mettendo la mano sulla spalla della donna – “ho ucciso io il marito e ora lei mi appartiene”.
“Dato che ti appartiene, puoi vendermela?”.
“No, perché so che le vesti nere non hanno donne”.
“Non te la domando per me. Voglio restituirla alla famiglia che piange la sua scomparsa. Tu potrai scegliere una donna del tuo popolo”.
“No, è la mia donna… l’ho vinta e nessuno ha il diritto di togliermela”.
Lontano dal demordere, dopo un breve silenzio, il missionario alzò di nuovo la voce: “Bene, miei cari Cri e tu giovane guerriero che rifiuti di ascoltare la mia richiesta, me ne ricorderò. Quando ruberanno le vostre donne e i vostri cavalli, quando non sarete capaci di difendervi e verrete a supplicarmi di proteggervi, allora sarò obbligato a rispondervi: Che ci posso fare? I Cri non hanno avuto compassione… Ora non posso fare nulla per loro, poiché – non dimenticatelo mai – il Grande Spirito non ha pietà di coloro che fanno male agli altri… Così ho detto”.
Il breve discorso produsse un effetto sorprendente. Il giovane, temendo la maledizione dell’uomo di Dio, rilasciò subito la prigioniera in cambio di tre cavalli e un fucile.
Non conoscendo la lingua dei Cri, la giovane era rimasta al suo posto timorosa e tremante durante tutto il tempo della discussione. Il missionario allora la fece avvicinare, la prese per mano e le disse: “Non temere, figliola, ora mi appartieni, ti ho riscattata. Presto ti riporterò dalla tua gente, che sarà felicissima di rivederti, perché ti credevano perduta per sempre”.
Affidata ad una famiglia di meticci, la ragazza fu iniziata al cristianesimo. Intelligente e piena di venerazione per il proprio salvatore, fu presto battezzata. La primavera successiva, l’Oblato decise di tentare una missione presso i Piedi Neri, ritenuti ostili alla religione dei bianchi. Pensando che l’ex prigioniera potesse facilitargli il compito, la portò con lui. Una volta giunti all’accampamento, però, le raccomandò di tenersi nascosta fin quando non l’avesse chiamata. Si diresse allora verso le tende, sventolando una bandiera bianca.
In pochi minuti tutta la tribù si radunò attorno al missionario, prodiga di saluti secondo gli usi. Una coppia, tuttavia, si avvicinò singhiozzando: “Uomo della preghiera, non possiamo rallegrarci come gli altri, perché piangiamo nostra figlia e nostro genero, massacrati dai Cri. La nostra povera figlia! Era tutto quello che avevamo!”.
Allora padre Lacombe gridò ad alta voce: “Margherita!”. Margherita uscì all’istante dal suo nascondiglio e venne a gettarsi fra le braccia dei genitori, incapaci di trattenere le lacrime. “Cari genitori – esclamò – come sono felice di ritrovarvi! Ringraziate l’uomo della preghiera. È lui che mi ha strappato dalle mani dei Cri. Sappiate che ora sono cristiana”. Conoscendo le sue terribili disavventure, i Piedi Neri non poterono fare a meno di ascoltarla. E il missionario ne approfittò per seminare abbondantemente il Vangelo fra di loro.


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