Una tartaruga in tribunale

di André DORVAL omi
tradotto e adattato da Nino BUCCA omi 

Fedeli alla loro missione, gli Oblati si sono sempre schierati dalla parte dei poveri. Nel XIX secolo, per esempio, padre Albert Lacombe difese nell’Ovest canadese i diritti degli indiani di America contro gli invasori bianchi, che li privavano dei terreni di caccia. In Sudafrica, in tempi più recenti, mons. Denis Hurley si è distinto nella lotta all’apartheid.
P. Victor Deslandes omi.
Stavolta vi raccontiamo di padre Victor Deslandes, che, missionario nell Sri Lanka, accettò un giorno di andare in tribunale per difendere i diritti dei pescatori di Jaffna. Nato in Francia nel 1872, fu inviato dopo l’ordinazione sacerdotale nell’allora Ceylon. Qui si mise subito in evidenza per le sue doti di organizzatore. Per servire i paria della sua missione di Iranaitivu si mise persino a studiare i metodi di pesca più moderni.
A quei tempi esisteva a Jaffna una società per la protezione degli animali, nella quale alcuni membri fanatici erano portati a difendere le bestie più che gli uomini. I pescatori, da parte loro, cercavano di proteggere come meglio potevano dalla calura del sole le tartarughe catturate. La vendita di una sola di esse garantiva il sostentamento della famiglia per un mese intero.
Una mattina il presidente e il segretario della suddetta società decisero di passare all’azione. Avevano assistito, secondo loro, alla crudeltà dei pescivendoli: tartarughe capovolte, pancia all’aria, che sbattevano le pinne in segno di dolore!
Si impossessarono dunque di una tartaruga per portarla in tribunale. In qualità di membro del comitato dei pescatori anche padre Deslandes dovette presentarsi al processo. Entrando, vide dunque su un tavolo una tartaruga capovolta e i nostri due tipi alla barra dei testimoni: “La crudeltà di questi pescatori è evidente”, disse il primo. “Guardate come soffre questa tartaruga”, rincarò la dose il secondo.
Il giudice interpellò allora l’Oblato: “Padre, ci dica perché i suoi marinai conservano le tartarughe in questo modo”. “Semplice, rispose il missionario, appoggiatele sul ventre e moriranno nel giro di un’ora. Coricate sul dorso, potranno invece vivere fino a due o tre settimane”.
“Ce lo spieghi”, riprese il giudice.
Il sacerdote si avvicinò al tavolo e, prendendo la tartaruga fra le mani, iniziò una breve lezione di zoologia. “Devo rammentarvi, signori, che ci sono notevoli differenze tra la tartaruga di mare e quella di terra. Quest’ultima ha le zampe e può nascondere la testa sotto il carapace. Quella che vedete è, invece, una tartaruga di mare. Guardatela bene. Non ha zampe ma quattro pinne, due grandi davanti e due piccole dietro, che servono da timone. Per di più, non può ritrarre la testa nella corazza. Girata sulla pancia, cerca di muoversi e si sfinisce. Le articolazioni delle pinne si smembrano e cade sulla mascella. In queste condizioni non le è possibile respirare e muore. Grossa perdita per i miei pescatori! Che fare? I signori di questa società per la protezione degli animali pagheranno i danni? Nessun dubbio che la mia tartaruga preferisce restare coricata sulla schiena…”.
Rimessa in questa posizione, l’animale iniziò a tirare un lungo respiro a pieni polmoni e poi, quasi a testimoniare la propria riconoscenza, mollò un aroma di profumi preziosi. Il magistrato dovette coprirsi il naso con un fazzoletto. E così tanti spettatori. I due farisei cavillosi presero la via d’uscita e non tornarono più. La tartaruga aveva vinto il suo processo e i pescatori di Jaffna poterono continuare a vivere in pace.

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