In memoria di mio fratello Raffaele, Oblato di Maria Immacolata

La prima volta ci siamo incontrati a Vallada sulle Dolomiti, dove gli Oblati di Maria Immacolata radunavo ogni estate quei giovani, incontrati in ogni parte d’Italia, che si facevano delle domande serie su come spendere bene la propria vita. Era l’agosto del 1973 e i venti del 68 continuavano a spirare con forti cariche di idealità.
In verità, al primo incontro con Raffaele, che aveva già perduto quasi tutti i capelli e che, dopo un lungo viaggio nei treni di allora, aveva una barba incolta, mi chiesi “Cosa ci sta a fare sto vecchio qui?”. Ma aveva solo 5 anni più di me.
Ci incontrammo poi, per caso o per un disegno della Provvidenza, alle ferrovie laziali di Roma Termini il 25 settembre 1973. Entrambi, lui da Santa Maria Capua Vetere io da Mazara del Vallo, avevamo deciso di fare quell’anno d’esperienza che ci veniva proposto a Marino, per capire se il Signore ci chiamava a seguirlo come missionari. A Marino, quindi, siamo entrati letteralmente insieme. Nel tutto che avevamo lasciato, lui aveva rinunziato ad ancora di più: a un lavoro come ragioniere, ad una fidanzata…
Quanto ci siamo divertiti in quell’anno, andando a vendemmiare per mantenerci agli studi, o recandoci all’Università Lateranense in pulmino o col trenino, percorrendo in quest’ultimo caso la via Merulana, sempre senza una lira in tasca ed incollando il naso sui vetri delle pasticcerie.
Quell’ambiente ecclesiastico, la Lateranense, che non è mai riuscito a corrompere la nostra sana laicità, non riuscì nemmeno a dissuaderci dal diventare missionari nella Congregazione degli Oblati di Maria Immacolata.

29 settembre 1974: il nuovo gruppo di noviziato col gruppo precedente (in veste talare)
nella sera dei loro primi voti. Raffaele è il primo da sinistra.

Iniziammo il noviziato il 28 settembre del 1974. Dormivamo nella stessa piccola stanzetta. Raffaele russava e sapeva che questo mi faceva dormire male; si sforzava allora di prendere sonno dopo, ma non ce la faceva. Il nostro bene è andato così crescendo: la condivisione di gioie e dolori, come la morte della sua mamma, ci ha fatto diventare fratelli, non confratelli.
Primi voti, ministeri, voti perpetui, prima obbedienza… tutto insieme.

Settembre 1976: in vacanza a Caprile sulle Dolomiti.


8 dicembre 1979: voti perpetui.

Estate (e si vede) 1980: al Tindari per l'ordinazione di p. Pippo Giordano.

11 ottobre 1980: alla Casa Generalizia nel giorno della mia ordinazione diaconale.

1981: il Generale, padre Jetté, ci ha dato la prima obbedienza.

Siamo stati ordinati anche lo stesso giorno, il 25 aprile del 1981, lui nella sua città di origine, io qui nella parrocchia del Santissimo Crocifisso, dove da scolastici (seminaristi) venivamo ad incontrare ad ogni fine settimana i giovani che si radunavo a Regina Pacis. Da allora, a motivo dei diversi incarichi ricevuti, non siamo stati più nella stessa comunità, ma ogni anno Raffaele si faceva vivo nell’anniversario dei primi voti e dell’ordinazione sacerdotale e abbiamo sempre cercato occasioni per incontrarci. Venne a trovarci in Congo, poi lo invitai come confessore a Lourdes, dove ha trovato un rapporto specialissimo con Maria, la cui presenza ha colto anche nelle date dei suoi due trapianti. Da Lourdes ogni anno andavo a trovarlo a Santa Maria a Vico e così via. Prendeva sempre in giro le mie debolezze, come io le sue, ma ho sempre percepito una grande stima nei miei confronti, come io percepivo la stima e l’affetto delle persone che lo conoscevano. I suoi amici sono sempre stati miei amici e viceversa.
Qui al crocifisso, quattordici anni fa, abbiamo anche celebrato insieme il 25° di ordinazione sacerdotale.




Avendo saputo dell’aggravamento delle sue condizioni a causa di metastasi diffuse, l’ho sentito al telefono pochissimi giorni fa. Era scherzoso, ma soprattutto sereno. Nel Signore Raffaele ha creduto veramente e la notte scorsa è andato a stare con lui per sempre.


Ciao Raffaele. Io sono lo stesso molto addolorato.

P. Nino, parroco

Commenti

  1. Quando si perde un amico si è contenti per la sua santità, la meta da lui raggiunta ma la nostra umanità soffre e il dolore che proviamo lo dobbiamo mettere nelle Mani di Gesù che lo può capire, anche Gesù ha pianto x la morte del suo amico Lazzaro. È la nostra umanità che piange non la ns anima.

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