Parrocchia  SS. Crocifisso

Via di Bravetta, 332 – 00164 Roma

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4° DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

Geremia 1,4-5.17-19; 1 Corinzi 12,31-13,13; Luca 4,21-30.

 

VANGELO

 

        In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

 

 

 

COMMENTO

 

Possiamo iniziare le nostre riflessioni dalla conclusione del passo proposto dalla liturgia (Luca 4,21-30): «Lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte… per gettarlo giù dal precipizio». Luca apre il suo racconto del ministero pubblico di Gesù registrando un rifiuto.

Intelligentemente, però, non si limita a porre subito il lettore di fronte al nodo cruciale della vita di Gesù, ma si premura di offrirgli nel contempo due indicazioni che avviano a una sua corretta interpretazione. La prima: «Nessun profeta è ben accolto in patria». Il rifiuto che ora Gesù incontra a Nazareth, e che più tardi incontrerà nel suo popolo, non deve essere visto come un fatto isolato: è già accaduto prima e continuerà ad accadere dopo. Né un fatto isolato né puramente un fatto del passato, ma un fatto contemporaneo a ogni generazione. La constatazione storica che il popolo ebraico ha rifiutato il suo Messia dopo averlo a lungo atteso suscita in molti imbarazzo e scandalo. Ma non è il caso, sembra dire il Vangelo: è la sorte normale dei profeti, alla quale il Cristo stesso – il più grande di tutti i profeti – non ha voluto sottrarsi. La Croce non è da imputare alla particolare malvagità di quella generazione o di quei giudei, ma piuttosto a quella comune durezza di cuore, che si incontra dappertutto: proprio quella cecità, o indifferenza, di cui noi siamo spesso i primi rappresentanti.

E la seconda indicazione: «Gesù, però, passando in mezzo a loro, se ne andò». Gesù non fugge, ma si allontana con sovrana libertà («passando in mezzo a loro »). È come un simbolo, quasi un anticipo della futura risurrezione. Non è l’opposizione degli uomini la carta vincente. L’opposizione degli abitanti di Nazareth non è riuscita ad arrestare la storia di Gesù, come non riusciranno – più tardi – i suoi crocifissori. I profeti uccisi sono più vivi che mai, e il Messia crocifisso è risorto.

Dopo la meraviglia iniziale («Tutti erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca»), un netto rifiuto. Come si spiega questo brusco passaggio dall’ammirazione al rifiuto?

Per Luca la ragione è detta nelle parole dei nazaretani: «Quanto abbiamo udito che accade a Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria». Gesù delude il suo paese, perché ha compiuto i miracoli altrove. I suoi compaesani avrebbero voluto che Egli facesse i miracoli lì, nella sua patria. Ma Gesù è universale e la sua patria è il mondo. Non permette che il divino presente in lui diventi un fatto locale, una storia di parte, e non intende rendersi disponibile per il vantaggio di alcuni.

 

 

 

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