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V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Giobbe 7,1-4.6-7; 1Corinzi 9, 16-19.22-23; Marco 1,29-39
VANGELO
E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.
COMMENTO
Una sinagoga, una modesta casa di pescatori, la porta di una cittadina orientale, luogo di convergenza serale della gente comune, un tramonto luminoso sul lago, un'alba ancora incerta sulla collina solitaria e, laggiù, una costellazione di piccoli villaggi: è su questa trama topografica che Marco, narratore scarno ma pittoresco, disegna lo sfondo concreto del vivere, dell'agire e del pregare di Gesù. Il punto di riferimento fondamentale è Cafarnao i cui antichi edifici sono stati riportati alla luce dall'amorosa e paziente opera archeologica dei Francescani di Terrasanta. Anzi, proprio in mezzo a quei quartieri poveri eretti con le nere pietre basaltiche della Fossa del Giordano, qui precipitato già a duecento metri sotto il livello del mare, è venuta alla luce una piccola sala sopra la quale nel V sec. si era innalzata una chiesa bizantina. In questa che era la casa di Pietro i giudeo-cristiani del I sec. avevano costituito una delle più antiche chiese del mondo. Tra quelle pareti in cui la suocera di Pietro era stata sfebbrata da Gesù e aveva per lui preparato una cena si erano levate le prime invocazioni al Cristo glorioso e sulle pareti erano stati successivamente incisi graffiti che celebravano Cristo e il suo apostolo, Pietro.
Al centro di questo piccolo locale Marco ambienta, anche se in un episodio quotidiano e ordinario, il mistero sempre straordinario della sofferenza umana. Protagonista è una donna inchiodata a letto dalla febbre, il «fuoco che beve l'energia delle persone», come usavano definirla i rabbini del tempo di Gesù. Il Cristo si china su quel letto, prende la mano e solleva la donna. Non pronunzia una sola parola, non dice neppure una preghiera come farà Paolo quando nell'isola di Malta guarirà dalla febbre il padre di Publio, un alto funzionario romano: «Paolo andò a visitarlo e, dopo aver pregato, impose a quell'uomo le mani e lo guarì» (At 28, 8).
Gesù qui guarisce solo con la sua azione diretta, con la divinità non ancora svelata agli occhi degli spettatori. Sul filo di quella guarigione, ecco a sera la grossa folla dei pazienti che sperano ciò che lui solo può fare. Nella penombra del tramonto sembra quasi che sia stato convocato davanti a Gesù il ritratto di tutto il dolore del mondo. Infatti Marco nel brano di oggi moltiplica gli aggettivi che indicano la totalità per cui l'opera di Gesù sembra valicare i confini ristretti di quella regione palestinese e di quel modesto centro della Galilea: «Gli portarono tutti i malati... tutta la città era riunita davanti alla porta... Guarì molti... scacciò molti demoni... Tutti ti cercano... Andò per tutta la Galilea».
Cristo è stato sempre sensibilissimo al dolore dell'uomo. Quel dolore che Giobbe descrive con un'intensità irraggiungibile in molte sue pagine come quella la prima lettura proposta dalla liturgia. Un dolore che nella notte trova alimento ed incentivo trasformandosi in incubo e in terrore, un dolore che ha come estuario verso cui convergere l'agonia, la morte e la tomba. Cristo, però, non è stato solo spettatore partecipe ed appassionato della sofferenza; egli ha voluto pienamente percorrerne le gallerie oscure attraverso la drammatica esperienza della sua passione e della sua morte. E così, proprio per questa presenza divina, che la cittadella del dolore non è più atea o silenziosa. Il poeta anglo-americano W.H. Auden (1907-1973) indirizzava questo appello al sofferente: «Oh, porta il tuo Calvario come una rosa!».
Ma questo è possibile solo perché c'è accanto uno che ci sostiene. Uno che soffre davvero, fisicamente ed interiormente come noi, ma uno che è anche signore della vita, della gioia e della speranza perché Figlio di Dio. E questo il dono che attendiamo per noi quando siamo malati o infelici e per i nostri malati e per gli infelici della terra: accanto al nostro e al loro letto attendiamo che egli si curvi, ci prenda per mano e ci sollevi. Senza smentire la celebre frase del Vangelo, potremmo però dire con uno scrittore, Ferruccio Parazzoli, che è lo spirito ad essere debole e bisognoso di sostegno, di conforto e di guarigione «La carne scriveva nel suo romanzo Vigilia di Natale - è molto più forte di quanto non si creda, è lo spirito che è debole e difficilmente riusciamo a tenerlo a bada. E noi sappiamo che il peccato più grave, quello che non sarà perdonato, è commesso dallo spirito contro lo Spirito». La disperazione, infatti, colpisce e distrugge lo spirito.
E per questo che noi tutti, malati nel corpo o nella coscienza, abbiamo bisogno di quella mano che in quella lontana sera si è stesa verso la suocera di Pietro. Perché, se la carne può essere affidata alle mani sapienti di un medico, lo spirito viene solo da Dio ed è solo alle sue mani che noi lo dobbiamo affidare. |
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