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III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Giona 3,1-5.10; 1Corinzi 7,29-31; Marco 1,14-20
VANGELO
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.
COMMENTO
Ancora due racconti di vocazione come nella scorsa domenica. Il primo, però, contiene la storia di un missionario «renitente» alla chiamata, Giona, che solo in seconda istanza si rassegna ad annunziare la conversione e la salvezza a Ninive, la capitale assira, emblema per eccellenza del nemico di Dio e del suo popolo. La parola profetica costringe quest'uomo a combattere contro le sue stesse convinzioni politiche e religiose di stampo integralistico e settario: gli «atei» non sono forse sotto il segno della maledizione divina? Come può volere Dio che anch'essi abbiano un'occasione di salvezza? Come è possibile che i loro cuori ostili si inteneriscano? Ed invece, ecco la sorpresa. Nonostante lo scetticismo dell'uomo, gli «empi» niniviti credono, si pentono, si convertono dal loro passato tenebroso. Il Dio della misericordia è contrario ad ogni giustizia sommaria, ad ogni pena di morte, ad ogni grettezza religiosa ed ideologica, egli «non prova piacere per la morte del malvagio ma desidera che si converta e viva» (Ez 18, 23).
La seconda narrazione, quella evangelica, ha al centro i discepoli di Gesù che, però, non sono esitanti come Giona ma uomini dalla risposta incondizionata: «subito, lasciate le reti, lo seguirono». Ma anche qui l'inizio è totalmente nelle mani di Dio. Come Giona non si sarebbe mai imbarcato per Ninive, così anche Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni non avrebbero mai lasciato le loro barche e il loro padre, cioè la loro professione e la loro famiglia, se non fosse passata lungo il litorale del lago di Tiberiade quella figura misteriosa e diversa di predicatore. «Il racconto è dominato da Gesù. Egli passa, vede quegli uomini al lavoro e si rivolge a loro con tono di comando. Lo sguardo di Gesù è quello che sceglie. La chiamata li coglie durante il loro lavoro quotidiano, li coglie all'improvviso. E la sequela li porta ad una professione nuova e sorprendente che viene loro spiegata con l'aiuto del loro vecchio mestiere. Come sino a quel momento hanno preso pesci, in futuro prenderanno uomini». Secondo questa curiosa immagine, che non ha paralleli nella Bibbia e nel Giudaismo, quei pescatori sono votati a conquistare a Dio uomini, a strapparli dal male e dal mare delle banalità e delle preoccupazioni per introdurli nel Regno di Dio.
Questi modesti lavoratori, che secondo il trattato rabbinico Qiddusbin riguardante la sacralità cultica erano considerati impuri e di dubbia reputazione, hanno ora un destino straordinario. Marco, infatti, proprio in apertura di brano cita il messaggio che essi dovranno proclamare, un messaggio parallelo rispetto a quello di Giona. Quattro saranno i temi del loro kerygma, cioè dell'«annunzio» cristiano per eccellenza, due riguardano l'azione di Dio e due quella dell'uomo. «Il tempo è compiuto» è la prima dichiarazione teologica: la storia della salvezza ha raggiunto ormai nel Cristo la sua pienezza. Egli è il punto terminale della freccia dell'Antico Testamento che ora viene letto ed interpretato alla luce del Cristo stesso, come farà soprattutto un altro evangelista, Matteo, con la sua ricchissima trama di citazioni bibliche.
«Il regno di Dio è vicino» è il secondo tema dell'annunzio cristiano. Dio nella storia ha un progetto da attuare, un disegno di armonia e di pace da realizzare: è quello che la Bibbia usa chiamare il Regno di Dio. Un piano la cui attuazione è già iniziata col Cristo e con la sua venuta in mezzo a noi; un piano, però, ancora «vicino», cioè ancora futuro, da incarnare e da far crescere nella pasta resistente ed oscura della nostra storia tutta striata dal sangue e dal male. Per questo Isaia esclama: «Come sono belli sui monti i passi dell'evangelista che proclama la pace, che annunzia il bene, che proclama la salvezza, che dice a Sion: Regna il tuo Dio! » (52, 7).
All'intervento di Dio deve ora rispondere l'impegno umano. Esso si manifesta innanzitutto nella conversione:
«Convertitevi! ». Il verbo greco usato da Marco descrive un mutamento totale di mentalità e di scelte morali, «convertirsi» è operare un'inversione di rotta per orientarsi verso una nuova via e una nuova meta. Il «credere al Vangelo» è la seconda esigenza radicale che gli apostoli dovranno annunziare come impegno umano. La fede è adesione totale al Dio che salva e che si manifesta nella parola e nella persona di Gesù (il «vangelo»). Il verbo ebraico della fede, amen, indica appunto il fondarsi solido di una persona o di una casa sulla solidità di una rupe incrollabile, contro cui nulla possono le tempeste e i marosi della storia.
I quattro temi dell'annunzio di Cristo ora si propagano per mezzo di «araldi», di «ministri della riconciliazione» (2 Cor 5, 18), di «pescatori di uomini». Ascoltando la voce del Cristo e degli apostoli che nel fluire dei secoli ci annunziano questo catechismo fondamentale, ogni fedele scopre in ogni tempo la sua chiamata alla gioia di quel Regno che è già stato inaugurato e che è «già in mezzo a noi». |
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