SANTISSIMA TRINITÀ

 

Esodo 34,4-6.8-9; 2 Corinzi 13,11-13; Giovanni 3,16-18

 

 

VANGELO

 

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio

 

COMMENTO

 

Se si sfogliano certi vecchi trattati sulla Trinità, sembra quasi di imbattersi in gelidi manuali di geometria religiosa. Se si guarda al modo freddo e distaccato con cui talora è impostato il discorso su Dio, sembra di essere di fronte a teorie altamente sofisticate ma dalle conseguenze effettive piuttosto irrilevanti. Ci viene in mente un paragone sugge­rito da un biblista attivo in Brasile, C. Mesters. Per molti la riflessione su Dio è comparabile al comportamento di quei telespettatori che, accesa la televisione, non vedono compa­rire nulla sullo schermo. Aspettano un po', girano i canali, controllano le valvole e, alla fine, se ne vanno rassegnati. Non si erano accorti che era disinnescato l'attacco della rete elettrica. Il mistero di Dio non può diventare fonte di gioia e di salvezza se non è innestato nella rete della vita. La Rive­lazione biblica non è riservata solo ad un gruppo di tecnici che la studiano ed approfondiscono ma, passando attraver­so la loro mediazione e quella della comunità credente, deve penetrare nell'esistenza di tutti come seme che germoglia.

Ora, il volto di Dio che appare dalla Rivelazione biblica, testimoniato anche dai tre testi dell'odierna solennità, è appunto quello di un essere vivo ed appassionato, non è quel­lo di un imperatore impassibile né è riconducibile all'enig­ma di un fato incomprensibile. Anche la radicale ostilità che il Corano manifesta nei confronti della Trinità nasce da una cattiva presentazione del Dio cristiano: l'Islam, infatti, pensa che la Trinità sia composta da tre dèi, il Padre, Gesù e Maria! Il vero mistero di Dio è, invece, da cercare nell'infinita sua luce che si esprime nell'amore. Lo afferma subito quello stu­pendo Credo antico che il Signore stesso insegna a Mosè nella cornice del Sinai e che è proclamato nella prima lettura: «Il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà...». In Dio il primato non è quello del­la giustizia che punisce ma quello dell'amore che perdona, anche se a qualcuno questo può essere motivo di disappun­to come lo fu per Giona: «So che tu sei un Dio misericor­dioso e clemente, longanime e di grande amore e che ti lasci impietosire riguardo al male minacciato» (Gio 4, 2).

 

È un amore che si comunica non in modo nebuloso ma in una figura concreta e storica, Gesù Cristo. E questo il tema del dialogo notturno tra Gesù e Nicodemo, simbolo dell'uomo che cerca Dio con cuore sincero. Giovanni pre­senta questo ingresso storico di Dio nel mondo col verbo «dare»: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio suo». Questo verbo del dono sarà ripreso alla fine del Vangelo per descrivere il «darsi» del Cristo nella morte di croce. C'è, quindi, un dono del Padre e un dono del Cristo, ma entram­bi sono finalizzati alla liberazione dell'uomo dal male. E in questa luce che la divinità penetra nella vicenda dell'u­manità e in quella di ogni uomo, come è ricordato anche da Paolo nel saluto trinitario finale della seconda lettera ai Corinzi che è divenuto il saluto d'ingresso dell'attuale cele­brazione eucaristica. La Trinità entra nell'esistenza del fedele offrendo la grazia del Cristo, l'amore del Padre e la comu­nione dello Spirito Santo.

C'è un'immagine suggestiva usata da uno dei maggiori teologi del '900, il tedesco K. Rahner, per descrivere la pre­senza segreta ma efficace della Trinità nella storia e nella vita umana. La nostra esistenza è come un rivolo che ser­peggia in un deserto fatto di banalità, di male, di egoismi. C'è il rischio che quella steppa riesca ad essiccarlo. Ma dietro le dune grigie dei nostri giorni, anche se non riusciamo a scorgerlo con gli occhi, sentiamo l'eco di un mare immen­so. Il nostro ruscello, anche se lentamente, è destinato ad approdare nelle onde infinite di Dio. Cristo stesso ci estrae dalle secche, ci aiuta ad uscire dal deserto del peccato e ci fa discendere nel grande mare della pace e della luce di Dio.

 

 

 

 

MAPPA SITO CONTATTI   Contatore visite gratuito