PENTECOSTE

 

Atti degli Apostoli 2,1-11; 1 Corinzi 12, 3b-7. 12-13;

Giovanni 20,19-23

 

 

VANGELO

 

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

 

COMMENTO

 

La Pentecoste originariamente era la festa estiva della mietitura. Il Giudaismo l'aveva trasformata in gioiosa commemorazione del dono della Legge al Sinai: «nella festa di Pentecoste  diceva il rabbì Giosuè ben Shalafta (150 d.C.) - i dieci comandamenti sono stati donati agli Israeli­ti». Anzi, la solennità si era aperta alla celebrazione della «nuova alleanza», perfetta, pervasa dallo Spirito di Dio infu­so nei cuori di pietra dell'uomo peccatore, secondo la pro­messa di Geremia (c. 31). In questa linea si sviluppa anche la Pentecoste cristiana che è presentata due volte nel Nuo­vo Testamento.

La prima Pentecoste è quella che Giovanni ambienta nel­la sera stessa del giorno di Pasqua. Nel cenacolo il Cristo risorto compie innanzitutto un atto simbolico, per noi strano ma per un orientale e per un lettore della Bibbia denso di allusioni: «alitò su di loro». In ebraico come in greco una stessa parola esprime sia «il vento» sia «lo spirito», «il sof­fio» d'aria e «l'alito» vitale. In Gn 1, 2 sul nulla e sul caos passa lo «Spirito» di Dio, simile ad un «vento» impetuoso ed ecco fiorire l'essere con tutte le sue meraviglie cosmiche. Nella visione surreale di Ezechiele (c. 37) passa il ven­to dello Spirito su una valle tutta lastricata di scheletri cal­cificati ed ecco, sulle ossa si intessono carne e muscoli, si genera una nuova umanità. Ancora, ascoltiamo solo una bat­tuta di quel dialogo notturno che Gesù apre con Nicode­mo, capo dei Giudei: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiun­que è nato dallo Spirito» (Gv 3, 8).

Lo Spirito di Dio è, quindi, il soffio della vita, la sor­gente della creazione, il principio di una nuova esistenza interiore. Nella Pentecoste giovannea della sera di Pasqua Cristo appare come il creatore dell'uomo nuovo, libero dal peccato e dal male. Infatti le parole che accompagnano il gesto simbolico del soffio sono emblematiche: «A chi rimet­terete i peccati saranno rimessi». Attraverso il battesimo e la riconciliazione la Chiesa celebra una continua Pente­coste: essa è per eccellenza la festa del perdono, della novità, della libertà. Era stata proprio questa la grande attesa can­tata da Geremia nel passo a cui abbiamo già alluso: il pro­feta aveva annunziato una svolta decisiva nella storia quando Dio avrebbe posto il suo Spirito nell'uomo, avrebbe scrit­to la legge sulle tavole di carne del suo cuore e avrebbe per­donato la sua iniquità.

La seconda Pentecoste, quella descritta da Luca negli Atti degli Apostoli, ambientata - come la Pentecoste ebraica - nel cinquantesimo giorno dopo la Pasqua, ci ripropone il simbolo del «vento-spirito». Ad esso si associa tutta la coreo­grafia dell'apparizione di Dio al Sinai: si sta, infatti, cele­brando la «nuova alleanza» col dono della nuova legge. Ma, come si sottolinea nel racconto integrale del c. 2 degli Atti, l'umanità riceve ora dallo Spirito di Dio una qualità sor­prendente: pur essendo gli spettatori della Pentecoste di lin­gue diverse, «ciascuno sentiva i discepoli parlare la propria lingua». Il pensiero corre, per contrasto, a Babele, secondo la celebre narrazione di Genesi 11, ove «l'uno non compren­deva più la lingua dell'altro».

Il senso dell'episodio è, quindi, trasparente: alla confu­sione e alla dispersione, alla divisione e all'odio, all'unifi­cazione oppressiva delle Babilonie imperialistiche di tutti i tempi si oppongono ora la concordia e l'armonia che la Gerusalemme dello Spirito intesse con pazienza nella sto­ria. La Chiesa, pur parlando le mille e mille lingue e dia­letti degli uomini, proclama un unico linguaggio, quello del Cristo e dell'amore. La diversità delle culture, delle razze e dei doni personali non è sorgente di incomprensione e di ostilità ma diventa una «sinfonia» di voci che secondo timbri e tonalità differenti annunziano la stessa gioia e la stessa speranza.

 

 

 

 

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