ASCENSIONE DEL SIGNORE

Atti degli Apostoli 1,1-11; Efesini 1, 17-23; Matteo 28,16-20

 

VANGELO

 

Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

 

COMMENTO

 

Nei tre grandi testi di questa solenne liturgia vediamo) apparire una stessa scenografia spaziale. Nella pagina di apertura degli Atti, che è quasi il fondale della festa, si sviluppa subito una traiettoria verticale: dal monte degli. Ulivi il Cristo pasquale ascende verso le nubi del cielo, dall'oriz­zonte terrestre la sua figura penetra negli infiniti orizzonti celesti. Nel brano paolino, posto in apertura alla lettera destinata alla città-guida dell'Asia Minore, la splendida Efe­so, riappare questa linea verticale: dal sepolcro scavato nella terra il Cristo sale sino al trono divino, dal regno della morte e della fine passa nel regno della vita e dell'infinito. Nella grandiosa apparizione pasquale che sigilla il Vangelo di Matteo c'è ancora un tracciato verticale ma questa volta di dire­zione «discensionale». Infatti dall'alto del suo potere che abbraccia cielo e terra il Cristo glorioso fa scendere sui disce­poli posti su un monte della Galilea un'ultima parola, radi­ce della missione della Chiesa.

E proprio seguendo questa specie di canale aperto tra terra e cielo che possiamo comprendere il significato di questa celebrazione, spogliandola da aspetti troppo materialistici, stratosferici o «astronautici». La mamma al bambino che le domanda dove sia Dio risponde spontaneamente indican­dogli il cielo. Gli antichi templi babilonesi, le ziqqurat, ripro­ducevano in forma stilizzata un monte che svettava verso il cielo come anche per noi oggi le montagne sono spesso segnate da un santuario o da una croce. Il cielo è conside­rato simbolicamente la residenza di Dio, la sua area invali­cabile e perfetta, mentre noi uomini siamo relegati nella pia­nura della terra, ancorati alla piattaforma del nostro oriz­zonte.

L'ascensione di Cristo al cielo è, allora, col suo simboli­smo spaziale la proclamazione gloriosa della risurrezione, del superamento da parte del Cristo del nostro limite e della nostra prigione. Cristo, il Figlio di Dio, è «disceso» dall'a­rea divina penetrando nella pianura degli uomini, sue crea­ture, camminando per le loro strade, sprofondando in una delle loro tombe. Con la Pasqua egli spezza la prigione della terra a cui tutta l'umanità è legata e, ritornando nella patria di Dio, porta con sé le creature; «per questo sta scritto:

Ascendendo in cielo ha portato con sé i prigionieri, ha distri­buito doni agli uomini» (Ef 4, 8). Luca negli Atti definisce Gesù «la guida e il capo» che apre appunto questa marcia, lunga come tutta la storia, che condurrà l'umanità in Dio. Ed alla fine egli riapparirà per chiudere questa processione sterminata che ogni giorno, con la morte di ogni giusto, si distende nel tempo.

La creatura, allora, non è imprigionata per sempre nelle strette frontiere delle cose e nei confini del nostro pianeta, è aperta all'assoluto e all'infinito con tutto il suo essere. Scriveva molto suggestivamente un teologo svizzero che «con l'Ascensione Dio ha fatto vedere al mondo e agli uomini, al creato e alle creature che essi hanno ormai accesso a lui. Per comparire davanti al suo volto essi non devono rinunziare al loro corpo, devono solo rinunziare al peccato».

E questo il senso dell'appello che dall'alto Cristo ci rivolge nel Vangelo di Matteo: «Ammaestrate tutte le nazioni bat­tezzandole, insegnando loro...». Attraverso l'adesione al Cri­sto nella fede e nell'impegno d'amore noi siamo strappati alla polvere della terra, all'incubo della fine e del silenzio e siamo introdotti nella dimora e nella vita di Dio. «Io vado a prepararvi un posto  ha detto Gesù nell'ultima sera del­la sua vita terrena - perché siate anche voi dove sono io» (Gv 14, 2-3).

Le vie del Vangelo, del battesimo e della giustizia parto­no dai prati della terra ma approdano nei pascoli eterni del cielo.

 

 

 

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