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V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Isaia 58,7-10; i Corinzi 2,1-5; Matteo 5,13-16
VANGELO
13Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
14Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. 16Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.
COMMENTO
«Magnifico e multicolore tu crei la luce coi tuoi occhi divini. La terra è cieca quando tu sparisci, sole stupendo, raggiante splendore. Tu attraversi i cieli, splendida luce dal luminoso candore. Tu ti svegli in bellezza, altissimo ed inaccessibile e schiudi il bocciolo della tua luce sull'oceano». Queste righe di un inno egiziano al dio Sole possono riassumere tutti i canti che l'umanità ha indirizzato alla luce del sole vedendolo sempre come simbolo dell'infinito e di Dio. Anche la Bibbia usa immagini luminose per parlare di Dio: «Fa' brillare su di noi, Signore, la luce del tuo volto! Nella tua luce vediamo la luce. Lampada per i miei passi è la tua parola. Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura?», si ripete nei Salmi. La luce è, infatti, una piccola parabola che parla di Dio: essa è esterna a noi, non la possiamo tenere tra le mani, come Dio che è superiore e trascendente; eppure ci avvolge, ci riscalda, ci attraversa proprio come Dio che è vicino a noi «più di quanto lo sia la nostra aorta», come si legge nel Corano.
Nelle letture bibliche di oggi abbiamo, però, una sorpresa. La luce di cui si parla è quella dell'uomo: il giusto, inondato dalla luce divina, diventa a sua volta fiaccola che risplende e riscalda. E notte fonda, la natura e gli uomini sono immobili; lentamente all'orizzonte appare una lama di luce ed è subito vita. Questa immagine è assunta da Isaia e dal Salmo 111 per descrivere l'influsso di un uomo giusto, generoso e caritatevole nel gelo e nella notte dell'egoismo di una società sempre più chiusa in se stessa, la cui sigla è ormai la porta blindata e il godimento personale. Un nostro poeta, G. Caproni, ha ben rappresentato questa oscurità in un terribile quadretto: «Un uomo solo, chiuso nella sua stanza. Solo in una stanza vuota a parlare. Ai morti». Dobbiamo, allora, avere il coraggio di spalancare le porte per spezzare il pane con l'affamato, per aiutare gli sfrattati senza tetto e rivestire d'amore chi è nudo nella solitudine.
Il brano evangelico del Discorso della Montagna, sempre sullo stesso filo luminoso, ci suggerisce un'altra scena. Sui suoi monti Gerusalemme appare tutta avvolta di luce: «Alzati, rivestiti di luce, la gloria del Signore brilla su di te... Cammineranno i popoli alla tua luce», cantava Isaia (c. 60). Così dev'essere il giusto, simile ad una Gerusalemme che guida gli uomini spersi in strade contorte e in valli oscure. Anzi, Gesù ci fa entrare nella città e ci conduce in una casa. E il tramonto del venerdì e gli ebrei stanno per accendere la lucerna che brillerà per tutto il sabato, giorno di festa. Tutta la stanza si colma di luce. Guai se uno stupido mettesse sopra alla lampada il moggio, il recipiente di misura del grano di 80 litri! La luce deve sfolgorare e la luce degli uomini sono le loro «opere buone», cioè gli atti di amore e di giustizia, sono «i frutti buoni», come li chiama spesso Gesù.
La liturgia odierna si trasforma, allora, in una celebrazione della luce che l'uomo può irradiare nel mondo con la sua testimonianza. Il freddo, l'indifferenza, l'oscurità di molti cristiani è il segno della loro lontananza dalla sorgente della luce che è l'amore di Dio. Una lampada senz'olio non serve a nulla come il sale scipito. L'annunzio di Dio non passa solo attraverso le parole ma anche attraverso le mani che operano la pace, che confortano, che collaborano come le mani di Cristo che guarivano e consolavano. Senza nascondersi, senza mimetizzarsi, senza impigrirsi il cristiano deve essere esposto al sole di Dio come la città posta sui monti. E la luce ricevuta non deve racchiuderla nel «moggio» del suo gruppo, della sua famiglia, della sua chiesa ma disseminarla su tutti i fratelli e su tutte le creature di Dio. Nietzsche, il famoso filosofo ateo tedesco, rimproverava così i cristiani: «Se la buona novella della vostra Bibbia fosse anche scritta sul vostro volto, voi non avreste bisogno di insistere perché si ceda all'autorità della Bibbia: le vostre opere dovrebbero rendere quasi superflua la Bibbia, perché voi stessi dovreste costituire la Bibbia viva».