IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

Sofonia 2,3; 3, 12-13; i Corinzi 1,26-31;

Matteo 5, 1-12

 

 

VANGELO

 

Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.

Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,

perché saranno saziati.

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati

figli di Dio.

0Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è

il regno dei cieli.

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e,

mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

 

 

COMMENTO

 

Nella liturgia di questa domenica abbiamo davanti a noi uno stupendo trittico biblico le cui tavole sono legate insieme da una parola fondamentale. Guardiamo innanzitutto le tre pagine. La prima è tratta da un libretto di soli 53 versetti scritto dal profeta Sofonia verso la fine del V sec. a.C. Il suo messaggio è costantemente teso tra due tonalità: da un lato egli accende l'ira di Dio contro tutti i corrotti, d'al­tro lato egli accende la fiaccola della speranza per le vitti­me. Nel nostro testo l'orizzonte si illumina e si vede avanzare il popolo degli umili e dei poveri. I politici prepoten­ti, «leoni ruggenti» - come li chiama il profeta  desidero­si di preda, sono spariti come i giudici corrotti, «lupi della sera» sempre affamati, e non si vedono più neppure i «pro­feti boriosi» e i sacerdoti perversi. Nasce, così, la città dei giusti, dei poveri, degli umili, di chi sceglie la parola di Dio come guida della sua vita e della sua speranza.

Con la seconda pagina siamo trasferiti, quasi sette secoli dopo, a Corinto, una metropoli cosmopolita e opulenta. Alla piccola comunità cristiana che sta sfaldandosi in sette e fazio­ni e che si lascia catturare dal fascino del potere intellet­tuale e finanziario greco, Paolo ribadisce con forza un'idea che percorre tutta la Bibbia. Le scelte di Dio sono «estrose»; egli non punta sugli uomini di successo, sceglie i minori come Isacco, Giacobbe, Davide, gli impacciati come Mosè e Geremia, i contadini come Amos, i pescatori come gli apostoli, il povero, la vedova, l'orfano e il forestiero sono i suoi protetti. Nella sua lotta contro il male egli non si arma di guerrieri, di nobili e di potenti ma sceglie i deboli, gli ignobili e i disprezzati. «Padre degli orfani, difensore delle vedo­ve»: questa è la definizione di Dio nell'antico «Te Deum» d'Israele presente nel Salmo 68.

Giungiamo, così, alla celebre pagina delle Beatitudini che apre il Discorso della Montagna, il primo dei cinque discorsi che sono come le colonne portanti del Vangelo di Matteo. Lo sfondo del monte è allusivo: Cristo è il nuovo Mosè che, assiso sul nuovo Sinai, ci offre la nuova parola di Dio. E i primi destinatari sono proprio i «poveri in spirito», un'e­spressione biblica per indicare chi ha il cuore, la coscienza, l'intimo suo più profondo «povero». Abbiamo così trovato la parola che unisce in trittico le tre letture odierne.

Ma la figura del «povero» della Bibbia ha più volti di quelli suggeriti dalla parola stessa. Il termine originale ebrai­co ('anawzm) indica coloro che sono «curvi», cioè gli oppressi in balia dei potenti, le vittime indifese, una folla immensa distribuita in tutti i secoli e in tutte le regioni del nostro pianeta. Eppure questo ritratto del povero è incompleto per­ché, come si vede anche in Sofonia, 'anawfm sono anche i giusti, i miti, gli umili, i fedeli a Dio. Sono appunto i poveri in spirito» di Matteo. Questa frase, infatti, che spes­so è stata fonte di equivoci quasi che Gesù predicasse un vago distacco interiore pur possedendo tutto e troppo, è la definizione piena del povero biblico. Egli non è sempli­cemente il miserabile perché si può essere indigenti ed egoi­sti, aggrappati anche all'unica moneta che si possiede. È, invece, colui che si stacca concretamente e interiormente dalle cose, è colui che non fonda la sua sicurezza e la sua fiducia sui beni, sul successo, sull'orgoglio, sugli idoli fred­di dell'oro e della potenza. Il suo cuore non è chiuso e indu­rito, il suo collo non è ostinato - come spesso nella Bibbia si dipinge la superbia e l'arroganza - ma è aperto a Dio e ai fratelli.

Ed anche se nella trama della storia umana sembra uno sconfitto, solo su di lui si posano gli occhi di Dio e solo con lui si può costruire un mondo diverso. «Tu vedi il dolore e l'affanno - dice l'orante del Salmo 10 - tu lo guardi e lo prendi nelle tue mani. A te si consegna il povero, del­l'orfano tu sei l'aiuto. Tu spezzi il braccio del perverso e del violento».

 

 

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