IV DOMENICA DI PASQUA

Atti degli Apostoli 2,14.36-41; i Pietro 2, 20-25;

Giovanni 10,1-10

 

 

VANGELO

 

1«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. 2Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.

7Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.

 

COMMENTO

 

Ancora una volta risuonerà oggi in tutte le nostre chiese il canto di una delle liriche più intense del Salterio: «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla; in pascoli erbosi il Signore mi fa riposare». Il simbolismo del pastore per­vade tutta la liturgia odierna, un simbolismo carico di risonanze che a noi spesso sfuggono: il pastore nell'Antico Oriente non era solo la guida del gregge ma il compagno di vita in modo totale, pronto a condividere con le sue pecore la sete, le marce, il sole infuocato, il freddo notturno.

Attorno a questa immagine Gesù costruisce una parabola che solo Giovanni ci riferisce. La potremmo intitolare «'a parabola del pastore e del brigante». Al suo interno possiamo forse intravedere anche un riferimento allo sfondo gerosolimitano. Cristo si presenta, infatti, come buon pastore e porta delle pecore. Ora, una delle porte del Tempio di Gerusalemme si chiamava proprio Porta delle Pecore. Forse Gesù, mentre parla, guarda gli ebrei che attraversano questa porta orientale ed entrano nel cortile del Tempio per incontrare il loro Pastore supremo, il Signore, nel culto. Con un'arditezza quasi blasfema egli esclama: «sono io la porta delle pecore», cioè il vero Tempio, che vi mette in contatto con l'eterno; sono io il Pastore, il Signore. Tra l'altro, l'espressione «Io sono» aveva un'eco particolare per gli ascoltatori ebrei. Essa infatti evocava quelle celebri parole indirizzate da Dio a Mosè dal roveto ardente: «Io sono colui che sono», una misteriosa definizione di Dio.

Questa pagina giovannea è, allora, prima di tutto un inno alla divinità del Cristo. La sua azione nei confronti delle sue pecore, cioè dei suoi fedeli, è descritta attraverso un tessuto di verbi «pastorali» molto suggestivi. Egli «entra per la porta», ha quindi col gregge un'intimità immediata. La sua è una chiamata personale («ad una ad una»). Egli ha un messaggio specifico per ognuno («per nome»), c'è un dialogo di parola-ascolto («conoscono la mia voce»). Il pastore divino «fa uscire» il suo gregge in un grande esodo verso pascoli fertili, «cammina innanzi» come una guida, mentre le pecore lo «seguono» sicure e «seguire» nel linguaggio evangelico è il verbo del discepolo. In questo modo le pecore «hanno la vita in abbondanza». In questi verbi si configura un ritratto perfetto della Chiesa del Cristo.

Ma la parabola giovannea non è solo solare, conosce anche la tenebra. Si intravede, infatti nella notte un ladro «che sale da un'altra parte e non dalla porta seminando il panico tra le pecore». E un brigante che è venuto «per rubare, uccidere e distruggere». E un estraneo la cui voce provoca paura e sconcerto. Ai verbi di vita che segnavano l'azione del buon pastore subentrano quelli della morte che il ladro porta con sé. Già il profeta Ezechiele in una pagina di grande potenza aveva contrapposto questi due volti, quello del pastore che «va in cerca della pecora perduta, che fascia quella ferita e cura quella malata, che pasce tutte le pecore con giustizia» (34, 16) a quello del falso pastore che «si nutre di latte, si riveste di lana, ammazza la pecora più grassa ma non pascola il gregge» (34, 3).

Talvolta purtroppo il falso pastore può esercitare un fascino perverso e seminare corruzione e morte. Ricordiamo uno solo di questi terribili pastori attraverso una tragica dissacrazione del Salmo del pastore fatta da un poeta americano drogato: «L'eroina è il mio pastore, ne avrò sempre bisogno. Mi conduce ad una dolce demenza, distrugge la mia anima. Mi conduce sulla strada dell'inferno per amore del suo nome. Sì, anche se camminassi nella valle dell'ombra della morte, non temerei alcun male, perché la droga è con me. La mia siringa e il mio ago mi portano conforto.. .

 

 

 

 

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