XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

Isaia 55,1-3; Romani 8,35.37-39; Matteo 14,13-21

 

VANGELO

 

13Avendo udito questo, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città.

14Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.

15Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». 16Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». 17Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». 18Ed egli disse: «Portatemeli qui». 19E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. 20Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. 21Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

 

COMMENTO

 

Scriveva un famoso studioso di storia delle religioni, Mircea Eliade: «Pane ed acqua in quasi tutte le culture e in moltissimi sistemi religiosi non sono mai soltanto cibo e bevanda, sono segni di una comunione; non sono mai sol­tanto alimento fisico ma anche nutrimento spirituale». Infat­ti anche oggi attraverso un banchetto comunichiamo la gioia nuziale di un amore o quello dell'apparire di una nuova vita. In molte nazioni, che vanno dalla Scandinavia ai paesi arabi, il rito funebre sfocia in un banchetto «di lutto». Con un pranzo si può rinforzare un' amicizia, si stabiliscono contatti di lavoro, si celebrano cerimonie ufficiali. L'odierna liturgia si muove appunto nell'ambito di questa atmosfera simbolica.

La prima voce è rappresentata da un profeta anonimo del VI sec. a.C. la cui opera è penetrata nel libro di Isaia. Per questo gli studiosi lo hanno chiamato convenzionalmente il Secondo Isaia. Il suo appello è modellato su quello degli acquaioli e dei venditori ambulanti di derrate alimentari fre­quentemente presenti sulle piazze dell'Oriente. Ma il tono dell'invito cambia sensibilmente a causa dell'insistenza che il profeta pone sulla gratuità del cibo e della bevanda offerti. Le acque diventano, così, l'emblema della vita, della liber­tà, dello Spirito donati dal Signore agli esuli che stanno per ritrovare nel tempio ricostruito di Gerusalemme la sorgente d'acqua viva. Il vino e il latte sono il segno della fertilità della terra promessa che viene ridata ad Israele dopo l'esilio babilonese. Il pane è il sostegno primario della vita mentre i cibi succulenti evocano il banchetto messianico cantato dallo stesso profeta: «Il Signore degli eserciti preparerà per tutti i popoli su questo monte un banchetto di grasse vivande, di vini eccellenti, di cibi succulenti e di bevande raffinate» (25, 6). L'appello del Secondo Isaia è, quindi, la sigla riassuntiva della vita nella nuova e perfetta Gerusa­lemme quando Dio e uomo avranno raggiunto il livello più alto di intimità. Nell'Apocalisse, infatti, è scritto: «Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l'acqua della vita» (22, 17).

Il tema del cibo prosegue anche nel salmo responsoriale. Tutte le creature aprono i loro occhi verso Dio, pieni di attesa, di fame, di sete, di desiderio e «tu, Signore, provvedi loro il cibo, apri la tua mano e sazi la fame di ogni vivente». Questo salmo, il 144, è l'ultima composizione alfabetica del Salterio e, attraverso il giuoco dell'alfabeto, esalta l'infinita tenerezza del cuore di Dio, padre e creatore. Si ha anche l'eco di un'altra stupenda lirica dei Salmi: «Tutti da te aspettano che tu dia loro il cibo in tempo opportuno. Tu lo provvedi, essi lo raccolgono, tu apri la mano, si saziano di beni» (104, 27-28). Il cibo è, allora, il segno della provvidenza paterna e amorosa di Dio nei confronti delle sue creature.

Il valore simbolico del cibo ha il suo apice nella narrazione della moltiplicazione dei pani che costituisce l'odierna lettura evangelica. L'importanza dell'episodio è attestata anche dal fatto che esso è riprodotto nei Vangeli in ben sei edizioni (due in Matteo e Marco e una rispettivamente in Luca e Giovanni). Dietro il racconto concreto del pane offerto alla folla affamata si intravedono allusioni alla manna esodica, al banchetto messianico, alla stessa celebrazione eucaristica. Infatti il gesto dei pani compiuto da Gesù è descritto tenendo presente la sequenza degli atti della cena pasquale: «alzare gli occhi al cielo, pronunziare la benedizione, spezzare e dare il pane». Agli occhi di Matteo quella mensa del deserto diventa l’anticipazione della cena eucaristica. In essa il corpo di Cristo in cibo e il suo sangue in bevanda sono il segno supremo della comunione con l'umanità affamata ed assetata.

 

 

 

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